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domenica, 17 dicembre 2006

LA RACCOLTA

VACUITA’ ROMANA: Due storie come tante, quotidiane. Due vicende che convergono per percorrere un piccolo tratto di strada parallelamente salvo poi divaricarsi inderogabilmente verso forme differenti, se non proprio di una medesima matrice, di uno stesso punto d’arrivo: la vacuità. Una vacuità che pare, come un morbo endemico, corrompere tutto e tutti. Una vacuità che rimane sullo sfondo e che non sembrerebbe esistere a detta dei personaggi che popolano i due racconti di questa prima sezione della raccolta. Una mancanza questa che viene forse solo percepita dai due protagonisti che, con o senza le possibilità che la realtà di oggi può offrire, sembrano non poter sfuggire ad una palude che è dentro di loro, in risonanza, con quanto li circonda.      
 
MALDITO DUENDE: In una Barcellona solo apparentemente rutilante di colori si snodano intrecciandosi, forse indissolubilmente, i fili del destino di Dušan e Teresa. Due giovani travolti da una città che a loro appare molto diversa da quella resa famosa nella vulgata giovanile e studentesca da resoconti di viaggi erasmus, mitologie di altri tempi e magari da qualche autore contemporaneo: uno su tutti Cédric Klapsich regista de L’APPARTAMENTO SPAGNOLO. Una Barcellona, il fatto è soggettivo (chiaro per due ragazzi risucchiati nel vortice della droga), che appare fredda, e a noi con loro, buia e squallida, ma nel contempo luminosa e perché no: Sacra.
Teresa è una ragazza forte, che se la sa cavare, ma abbandonatasi senza più risorse suggellerà un tacito e, rispetto a qualche categoria, sacrilego matrimonio con Dušan, un ragazzo di origine serba che ha smarrito la via.
Non un racconto generazionale con i suoi stereotipi e neanche un pulp sulla droga ed i suoi molteplici aspetti, bensì un ennesimo tentativo romantico (non nell’accezione comune) dove è la natura umana a permettere ai due giovani di incedere, anche se vinti, acquisendo quel tipo di dignità propria degli eroi tragici. 

  
-NOTE DELL’AUTORE-
Me medesimo
 
 
 
 CHIASMO ROMANO
 
                                     
 Roma 22-12-2006
 
Questa raccolta prende il nome dall’ultimo dei suoi racconti (il primo che ho scritto). La sua stesura risale a molto tempo addietro, ma viene proposta (finalmente!) solamente adesso perchè durante la fase di gestazione il progetto era andato maturando. Da un trittico ero passato all’idea di costruire una sorta di chiasmo* concettuale identificandone sostanzialmente le equivalenze negli effetti che le differenti “sottoculture” sociali hanno sui personaggi che le vivono. E così oltre alle prime due vicende quelle di Ashraf e Silvia (vedi più sotto la Presentazione di Alessandro Boni) che si susseguono, anche cronologicamente, trasportandoci dal mondo della cosiddetta “Roma bene” del centro storico (più silenziosa rispetto a quella dei Parioli, più nota, forse suo malgrado) a certa “periferia”, avrebbero dovuto completare la figura retorica altri due racconti. La sezione (oggi titolata Vacuità romana) sarebbe dunque dovuta essere costituita da quattro storie fornendo peraltro il titolo all’ensemble di Chiasmo romano. L’ipotetico terzo racconto, appena accennato ed oramai perduto perché divenuto troppo lontano da me, come gli altri, avrebbe preso il nome dal suo protagonista, Pablo (Pablito per gli amici) e sarebbe dunque dovuto risultare, ovviamente nelle differenze, in qualche modo similare a quello immediatamente precedente. Pablito: Un ragazzo andaluso rimasto orfano (che non ha niente a che fare con il suo omonimo che compare nella Barcellona di Maldito Duende) vive in una piccola comunità fatta di amici e parenti in una casa occupata, ma a differenza degli altri membri di quella piccola famiglia che accettano la propria condizione di diseredati come una condanna da vivere nel miglior modo possibile, lo immaginavo per metà estraneo a tutto questo, alienato forse, sicuramente rifugiato in un mondo separato che presto si sarebbe scontrato con una realtà, quella del quartiere in cui vive, che non gli avrebbe offerto le possibilità di uscire bene dall’urto. Ma già allora cominciavo a vagheggiare se non proprio di un accenno di ribellione, a qualcosa che ne salvasse agli occhi di lui, consapevole o meno, la dignità. Come ho detto di quel racconto e del suo mondo non è rimasto praticamente nulla,  soltanto incontriamo il suo protagonista, per un attimo, mentre interagisce con Silvia verso la fine del secondo. Dal terzo racconto (B1), seguendo anche l’interconnessione a catena risultante dall’incrociarsi dei personaggi, si sarebbe dovuti passare così al quarto ed ultimo racconto: Adriano.
E’ stato lui a farmi perdere la strada, anche se sarebbe sicuramente più “giusto” dire che è assieme a lui che l’ho perduta… e l’ho talmente persa che ad un certo punto ho interrotto quel viaggio e ne ho cominciato un altro; un sesto racconto che nella mia fantasia avrebbe dovuto costituire la terza ed ultima sezione della raccolta. Quest’ennesimo ipotetico racconto, Icaro, nel quale mi son gettato a capofitto, ha raccolto i primi frutti di un mutamento di cui solamente allora cominciavo ad accorgermi ed inevitabilmente, data la portata di quest’ultimo, è diventato un romanzo. Non l’avevo ancora capito, ma si chiudeva così, assieme ad una felice fase della mia vita, la possibilità di portare a termine, seppur cambiandolo ancora, il Chiasmo romano.
All’idea di partenza non pensavo più, così come relegato, seppur per altri motivi, avevo lasciato Adriano (ripetendomi secco che, nonostante la tentazione, mai l’avrei ripreso). Volava Icaro, ma la portata del mutamento è stata tale, è tale, che il suo coprotagonista o protagonista (dipende dai punti di vista) rischiò esattamente la fine del figlio dell’inventore del labirinto prima del personaggio principale.
Accadeva quest’estate, in cui per come la vedo io, facendo riferimento a due autori per me importanti, un altro padiglione d’oro bruciava, per volontà soprattutto della contingenza, dopodiché un novello Raskolnikov cercava senza trovarla la catarsi. Non c’era colpa, forse. Solamente il castigo.
Le acque si sono calmate ed in mancanza dei porti sconosciuti, degli empori Fenici  “per acquistare bella mercanzia,/ madrepore e coralli, ebani e ambre,/ voluttuosi aromi d’ogni sorta/ quanti più voluttuosi aromi” d’esperienza ho riempito le bisacce e ripreso il cammino, quale che sia non mi è dato vederlo.  
Mi trovo infine così a licenziare (fra ultime messe a punto e qualche piccolo ripensamento) l’idea originale come l’avevo concepita fin dall’inizio ed a continuare la mia avventura, più lucido e confuso di prima, seguendo (vedi sempre Presentazione di A.B.) Adriano ed il volo di Icaro fino alle estreme conseguenze.
    
*Denominazione in uso dalla metà del sec. XIX per la figura detta in gr. antimetabolé e in lat. commutatis (…). E’ la disposizione “a incrocio”, o speculare (schema A-B-B1-A1), di espressioni che si corrispondono per la struttura grammaticale (<< con destrezza (A) la mano (B), l’occhio (B1) con attenzione (A1)>>, D. Batoli) o per il significato (<< in giusto (A) fece me (B) contra me (B1) giusto (A1)>>, Dante). …
da Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica    Diretto da Gian Luigi Beccaria
Piccola Biblioteca Einaudi
 
 
postato da: Marko766 alle ore 10:29 | link |
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