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domenica, 17 dicembre 2006

PRESENTAZIONE di Alessandro Boni

Presentazione
di Alessandro Boni
 
 
Non è facile leggere i racconti o le poesie di un amico, specialmente se quell’amico lo abbiamo conosciuto grazie alla scrittura. Perché l’obiettività è dote rara quando veramente pulita ed edificante. Figurarsi poi quanto possa complicarsi la faccenda nel momento in cui egli ci chiede di scrivere dei suoi scritti, descrivere le sue descrizioni, come diceva Pasolini. Tanti fili, di tessuti diversi, preziosi ornati e lacci da scarpe, vedo intessersi a formare una trama polimorfica e multicolore, sanguigna e pulsante, magmatica e inquieta, pubblica e privata, nostra e d’altri. Quei fili li abbiamo cercati, tuttavia spesso non trovandoli, insieme, ciascuno a suo modo, con le proprie parole, con le proprie giornate fatte di birra, sambuca, vodka e discorsi sulla letteratura. Ricordo il primo incontro con Marko all’Università: sbattuti su un muretto a fumare una sigaretta dopo due ore di lezione, una parola tira l’altra e “hai da accendere?” qualcun’altra ancora. Persona onesta, ricordo d’aver pensato, sentendolo parlare dei suoi racconti e della sua idea di scrittura: logicamente non onesta nel senso di uno che trova un portafogli per strada e lo riporta al legittimo proprietario, ma in un senso decisamente più profondo. In quegli occhi glaciali e assenti ho capito cosa vuol dire considerare la scrittura come una pratica sacra e sacrilega allo stesso tempo, come una ragione che dà vita alle cose solo distruggendo un po’ chi quella vita ce la mette senza dubbi, reticenze e paure. La scrittura che lo svela, in grado di cambiarlo e tormentarlo, è forse la più grande dimostrazione di coraggio che un uomo possa dare: dire quello che la voce non sa pronunciare equivale sempre a morie un po’.
E questo coraggio emerge dalla volontà ostinata di parlare di se stesso, sebbene per contrasto; raccontando cioè di ragazzi alle prese con i loro problemi, spesso personificazioni di atteggiamenti o tipologie sociali fortemente radicate nella realtà attuale, nella nostra vita; dunque personaggi-simbolo.
Certamente, a questo livello, chiunque scrive non può sottrarsi dal viaggio al centro di se stesso; ma porre coscientemente se stesso al centro del viaggio è il fine che non tutti sanno raggiungere.
 
Questa raccolta, che personalmente ho visto prendere forma tra entusiasmi e brusche marce indietro (come del resto sempre succede), poggia su tre racconti: i primi due, riuniti sotto il titolo Vacuità romana, sono direttamente correlati formando un grande chiasmo concettuale, se non addirittura sociale, e coincidendo per un momento quando compaiono gli stessi personaggi. La stesura del terzo invece, che dà titolo al libricino, risale cronologicamente a qualche anno prima dei due suddetti: oltretutto conserva per me un valore simbolico e affettivo speciale, essendo stata la prima cosa che ho letto di Martinelli, ed essendo ambientato in un sottomondo giovanile che ho personalmente conosciuto e provato nel tempo perduto dell’adolescenza.
Procediamo con ordine, cioè rispettando i tempi e i modi dell’architettura voluta dall’autore: Ashraf è un pertugio aperto sui vizi immaturi dei figli della Roma bene, piccola dimostrazione che la legge non è, ahinoi, uguale per tutti; è la storia di un giovane che insegue le chimere che la sua acerba età senza problemi di alcun tipo gli offre; fino a poco prima della chiusura del racconto la sua vicenda non differisce sostanzialmente da quella di molti altri ragazzi: feste a base di canne e alcol, centri sociali gremiti e la solita ragazza che non corrisponde le attenzioni di chi invece la mette al centro delle sue emozioni. L’autore spia le sue creature, le segue come fosse il regista di se stesso, patisce, freme o gioisce con loro, si immedesima regalandogli un po’ del suo vissuto e ruba loro qualcosa della finzione e della magia che essi evocano. Se Ashraf vive male l’autore lo segue senza pensarci due volte: ciò che sottende la fictio è la volontà di rendere queste storie il meno finte possibile.
Ashraf non è l’alter-ego dell’autore, così come non lo è Dusan; semmai è chi scrive a porsi nel ruolo difficilissimo di alter-ego dei propri personaggi. Sembra quasi che questi protagonisti si sviluppino come rami o pròtesi di atteggiamenti e parti del proprio io che l’autore sopprime nella sua vita reale perché troppo rischiosi; ciò che conta però è saperli tirare fuori quando la letteratura gli offre un’ancora di salvezza dalla realtà che brucia chi sbaglia modo di approcciarvisi; e nella realtà un solo errore può essere fatale.
Mi ha sempre colpito questo tentativo prospettivistico più o meno visibile in filigrana nelle pagine di Vacuità romana: se Ashraf è la Roma bene vista da un figlio benestante, l’occhio di Silvia, studentessa e lavoratrice di umili natali, è quello di chi vede e sente e sa di appartenere ad un altro mondo. Ma lei è consapevole di ciò e accetta la sua vita per quello che è, mentre le sue amiche del pub se ne infischiano. Silvia è, credo, il solo personaggio dell’intera raccolta a conservare, senza sconfessarla mai scendendo a patti con nessuno, la sua morale, la coscienza e la mentalità del suo ceto; preferisce fantasticare e immaginarsi un’altra, un po’ come fa Martinelli quando si rifugia nelle pagine, perché sognare non costa nulla ed oltretutto non espone ad alcun rischio. Nel vagheggiamento di noi stessi diversi le regole, ossia ciò che è bene e ciò che è male, dipendono esclusivamente dai nostri gusti e dalle nostre certezze. E le paure sono bandite. Ma le paure esistono, così come esiste il male, e cercare di tenerle lontane non implica che prima o poi ci raggiungano. Dal mio punto di vista, che appunto è personale, soggettivo e dunque opinabile, la profondità psicologica e il portato di realismo di Silvia non vengono mai raggiunti dal racconto che lo accompagna dando vita alla sezione dedicata agli strati sociali di Roma.
Mi sono chiesto, e lo faccio tuttora, perché Vacuità: forse perché alla fine della vicenda - per i personaggi - e allo stesso modo alla fine della lettura - per noi - nulla cambia? O forse perché dinamiche giovanili come queste sono così frequenti da passare inosservate addirittura quando ci investono, fratturandoci e consumandoci, in prima persona?
 
Ancora qualche parola vorrei spenderla per Maldito duende, e dico qualche parola perché c’è veramente poco da dire. So bene che Marko ne è sempre stato gelosissimo, e ha ragione d’esserlo poiché io considero questo racconto il suo racconto. Parlarne mi sembra, onestamente, sparlare: è una storia fatta di poesia e sudiciume, è la storia di una vita che per essere vita cessa di esserlo. Dunque più che ammettere l’emozione che mi ha trasmesso non posso fare altro che tacere.
 
Da ultimo è doveroso dare una sommaria indicazione della poetica che sottende questo trittico, un impasto di impegno sociale, di denuncia delle ansie e delle gioie di noi giovani e soprattutto di specchio del sentimento di sradicamento, estraneità e solitudine che vediamo stagliarsi di fronte a noi come un muro insormontabile, come una parete liscia che nasconde la luce e il futuro, o che semmai, trasparente, ce li riflette deformati. La stessa deformazione, quel muro, ce la dà degli altri.
Quando poi arriva ad investirci in prima persona rendendoci alieni a noi stessi, lontani da noi stessi, allora urge gridare, darne accusa fino a farci delatori del nostro scandalo bruciante. Eccola quella coscienza separata che, sebbene in tanti modi sappia mascherarsi, sempre ha bisogno di trovare isolamento. E raccontare.   
               
  
postato da: Marko766 alle ore 10:28 | link |
categorie: presentazione di alessandro boni