A PROPOSITO DI UN'ALTRA TERRA
Roma 6/01/07
“…Finito il liceo era entrato al conservatorio; l’esame l’aveva superato facilmente.
Dopo un anno gli venne data la possibilità di studiare all’estero: tre mesi al conservatorio di Liceu a Barcellona, poi, un mese in giro per l’Europa; ma quel giro non l’aveva mai fatto.
Dopo circa due mesi di studi, la notizia della morte della nonna.
Tre settimane più tardi l’avevano cacciato per ubriachezza.
A Belgrado non era tornato e forse non ci sarebbe tornato mai. Non avrebbe potuto: ritirato il visto, con un ritardo di almeno un anno dietro di se, sarebbe finito in prigione; da quelle parti usa così.
Guardava il mare Dušan, seduto su di una panchina del Port Vell, una bottiglia di Estrella in mano. Le sorseggiava le stelle anche quella notte; si era appena fatto. ...”
“Non poteva più tornare”: in realtà non sono sicuro della correttezza di quest’affermazione e mi scuso per l’eventuale errore.
Quando ho cominciato a scrivere Maldito Duende ero appena tornato dalla Serbia post intervento Nato, prima della caduta dell’allora presidente eletto Slobodan Miloševic. Carico di aneddoti e di esperienze non sono riuscito a capire bene quali fossero le regole riguardanti l’ingresso e l’uscita dal paese, in realtà so di non essermene interessato più di tanto preso dalla cultura, ma soprattutto dallo spirito serbo e dal fermento di quei giorni.
Non è mia intenzione difendere od offendere nessuno, ma è molto che sento il bisogno di dire alcune cose.
Mi sono sempre sentito uno straniero a Belgrado, calorosamente accolto come italiano e come figlio di madre serba, ma straniero.
A Roma ed attraverso la televisione, sono stati gli italiani, quelli che di Italiani hanno solo il passaporto, a farmi “sentire a casa”. Così i miei conoscenti, rifiutando di far faticare il loro cervello per immaginare che il Marco “di sempre” raccontasse ora di altre verita’: di persone, di orgoglio e dignità, cose evidentemente troppo lontane da loro anche in momenti di bombardamenti (per fortuna solo mediatico il nostro).
Ho capito dopo che dovrei scusarmi anche con i miei concittadini (ma proprio mi risulta difficile) perchè durante quelle settanta e passa giornate afflitto da mille pensieri indugiavo spesso nell’idea che alzando la testa avrei potuto vedere dei mig serbi sfrecciare nel cielo di Roma. E non me ne voglia la patria che solamente più tardi, ho imparato a concepire ed apprezzare grazie al Foscolo, all’esempio mistico di Giuseppe Mazzini ed a quanti, più avanti, ne hanno difeso la valenza e l’amore, quello che, prima che per quella natia, si risvegliava in me, bruciante d’indignazione, per un’altra “cultura” che non poteva però appartenermi del tutto.
“Belle parole” penserà qualcuno, “è facile così!” un altro. A tutti ricordo che l’intenzione è già metà del percorso.
Tuttavia ci tengo molto a ribadire che io ero qui, appunto, a Roma ed il mio mondo fatto di telegiornali e birre con gli amici pure, nonostante la presenza nella capitale di una allora sensibilissima comunità serba.
E allora voglio ricordare, raccontare, confessare di quelle prime telefonate, di quella distanza incolmabile, di quell’incapacità che non era impotenza, ma qualcosa di molto più brutto perché indolente, indolente, terribilmente indolente… mi sentivo anche circondato dall’indolenza; mi sembrava di nuotarci dentro. Voglio confessarvi dell’imbarazzo, il mio… “cadono le bombe, hanno colpito Novi Sad… što to radite?”. A Belgrado alcuni parenti passavano la notte sui ponti, anche io conoscevo quei ponti, quante volte li avevo attraversati; in macchina o a piedi, di giorno o di notte… sono quelli i momenti in cui un popolo si unisce e si riconosce. Io non faccio parte di quel popolo, ma in quei giorni ho scoperto di esservi legato inscindibilmente.
Molti anni prima di Maldito Duende avevo scritto “Una notte come le altre” di cui tutt’ora difenderei l’anima romantica. Mi ero però lasciato andare alla faciloneria. Colgo l’occasione per chiederne scusa, visto che è da molto oramai che sentivo di farlo. Credo di potermelo permettere visto che ero ancora troppo giovane perché l’incoscienza potesse essere veramente una colpa. Sto parlando della non consapevolezza del voler a tutti i costi indugiare nell’uso di parole di cui non si avverte il significato, di costruire e poi difendere unicamente per amor proprio discorsi superficiali ed approssimati. Parlo della faciloneria (indotta o meno poco importa) mia e dei miei amici, della gente che legge il giornale e che con una laurea nel cassetto si crede colta, ma soprattutto crede di sapere le cose e rifiuta di non capire… assorta dalla bambagia, rilassata dalla bambagia, lassista ed anche un po’ stronza!!!
Non voglio e non intendo schierarmi politicamente (in un senso più ampio di quello inculcatomi dai salotti televisivi) anche perché non ne sono tuttora veramente capace. Voglio solo difendere alcuni fra quei pochi sentimenti e quelle poche emozioni che l’esistere mi ha dato finora facendomi capire che l’identità è sempre degna di nota.