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domenica, 17 dicembre 2006

 sagrada-familia

 

A Sara, Luigi (spero ricordiate sempre quanto siete importanti per me), a Daniele (hermano)... a tutte quelle persone che anche se inconsapevolmente hanno dato vita, bellezza e colore a quel mondo che non abbiamo potuto trattenere.

RINGRAZIAMENTI: A Manolo per l'ultima spinta, a papà per correzioni e consigli, ad Alessandro per aver condiviso con me la solitudine del letterato e per la splendida introduzione, al professor Leonelli per le sue lezioni universitarie che mi hanno ancorato alla passione  per la letteratura in un momento di sfiducia. Ai Di Benedetto per l'affetto disinteressato e ancora a mia madre, ai Bookman e a mia sorella Cristina.

postato da: Marko766 alle ore 10:46 | link |
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LA RACCOLTA

VACUITA’ ROMANA: Due storie come tante, quotidiane. Due vicende che convergono per percorrere un piccolo tratto di strada parallelamente salvo poi divaricarsi inderogabilmente verso forme differenti, se non proprio di una medesima matrice, di uno stesso punto d’arrivo: la vacuità. Una vacuità che pare, come un morbo endemico, corrompere tutto e tutti. Una vacuità che rimane sullo sfondo e che non sembrerebbe esistere a detta dei personaggi che popolano i due racconti di questa prima sezione della raccolta. Una mancanza questa che viene forse solo percepita dai due protagonisti che, con o senza le possibilità che la realtà di oggi può offrire, sembrano non poter sfuggire ad una palude che è dentro di loro, in risonanza, con quanto li circonda.      
 
MALDITO DUENDE: In una Barcellona solo apparentemente rutilante di colori si snodano intrecciandosi, forse indissolubilmente, i fili del destino di Dušan e Teresa. Due giovani travolti da una città che a loro appare molto diversa da quella resa famosa nella vulgata giovanile e studentesca da resoconti di viaggi erasmus, mitologie di altri tempi e magari da qualche autore contemporaneo: uno su tutti Cédric Klapsich regista de L’APPARTAMENTO SPAGNOLO. Una Barcellona, il fatto è soggettivo (chiaro per due ragazzi risucchiati nel vortice della droga), che appare fredda, e a noi con loro, buia e squallida, ma nel contempo luminosa e perché no: Sacra.
Teresa è una ragazza forte, che se la sa cavare, ma abbandonatasi senza più risorse suggellerà un tacito e, rispetto a qualche categoria, sacrilego matrimonio con Dušan, un ragazzo di origine serba che ha smarrito la via.
Non un racconto generazionale con i suoi stereotipi e neanche un pulp sulla droga ed i suoi molteplici aspetti, bensì un ennesimo tentativo romantico (non nell’accezione comune) dove è la natura umana a permettere ai due giovani di incedere, anche se vinti, acquisendo quel tipo di dignità propria degli eroi tragici. 

  
-NOTE DELL’AUTORE-
Me medesimo
 
 
 
 CHIASMO ROMANO
 
                                     
 Roma 22-12-2006
 
Questa raccolta prende il nome dall’ultimo dei suoi racconti (il primo che ho scritto). La sua stesura risale a molto tempo addietro, ma viene proposta (finalmente!) solamente adesso perchè durante la fase di gestazione il progetto era andato maturando. Da un trittico ero passato all’idea di costruire una sorta di chiasmo* concettuale identificandone sostanzialmente le equivalenze negli effetti che le differenti “sottoculture” sociali hanno sui personaggi che le vivono. E così oltre alle prime due vicende quelle di Ashraf e Silvia (vedi più sotto la Presentazione di Alessandro Boni) che si susseguono, anche cronologicamente, trasportandoci dal mondo della cosiddetta “Roma bene” del centro storico (più silenziosa rispetto a quella dei Parioli, più nota, forse suo malgrado) a certa “periferia”, avrebbero dovuto completare la figura retorica altri due racconti. La sezione (oggi titolata Vacuità romana) sarebbe dunque dovuta essere costituita da quattro storie fornendo peraltro il titolo all’ensemble di Chiasmo romano. L’ipotetico terzo racconto, appena accennato ed oramai perduto perché divenuto troppo lontano da me, come gli altri, avrebbe preso il nome dal suo protagonista, Pablo (Pablito per gli amici) e sarebbe dunque dovuto risultare, ovviamente nelle differenze, in qualche modo similare a quello immediatamente precedente. Pablito: Un ragazzo andaluso rimasto orfano (che non ha niente a che fare con il suo omonimo che compare nella Barcellona di Maldito Duende) vive in una piccola comunità fatta di amici e parenti in una casa occupata, ma a differenza degli altri membri di quella piccola famiglia che accettano la propria condizione di diseredati come una condanna da vivere nel miglior modo possibile, lo immaginavo per metà estraneo a tutto questo, alienato forse, sicuramente rifugiato in un mondo separato che presto si sarebbe scontrato con una realtà, quella del quartiere in cui vive, che non gli avrebbe offerto le possibilità di uscire bene dall’urto. Ma già allora cominciavo a vagheggiare se non proprio di un accenno di ribellione, a qualcosa che ne salvasse agli occhi di lui, consapevole o meno, la dignità. Come ho detto di quel racconto e del suo mondo non è rimasto praticamente nulla,  soltanto incontriamo il suo protagonista, per un attimo, mentre interagisce con Silvia verso la fine del secondo. Dal terzo racconto (B1), seguendo anche l’interconnessione a catena risultante dall’incrociarsi dei personaggi, si sarebbe dovuti passare così al quarto ed ultimo racconto: Adriano.
E’ stato lui a farmi perdere la strada, anche se sarebbe sicuramente più “giusto” dire che è assieme a lui che l’ho perduta… e l’ho talmente persa che ad un certo punto ho interrotto quel viaggio e ne ho cominciato un altro; un sesto racconto che nella mia fantasia avrebbe dovuto costituire la terza ed ultima sezione della raccolta. Quest’ennesimo ipotetico racconto, Icaro, nel quale mi son gettato a capofitto, ha raccolto i primi frutti di un mutamento di cui solamente allora cominciavo ad accorgermi ed inevitabilmente, data la portata di quest’ultimo, è diventato un romanzo. Non l’avevo ancora capito, ma si chiudeva così, assieme ad una felice fase della mia vita, la possibilità di portare a termine, seppur cambiandolo ancora, il Chiasmo romano.
All’idea di partenza non pensavo più, così come relegato, seppur per altri motivi, avevo lasciato Adriano (ripetendomi secco che, nonostante la tentazione, mai l’avrei ripreso). Volava Icaro, ma la portata del mutamento è stata tale, è tale, che il suo coprotagonista o protagonista (dipende dai punti di vista) rischiò esattamente la fine del figlio dell’inventore del labirinto prima del personaggio principale.
Accadeva quest’estate, in cui per come la vedo io, facendo riferimento a due autori per me importanti, un altro padiglione d’oro bruciava, per volontà soprattutto della contingenza, dopodiché un novello Raskolnikov cercava senza trovarla la catarsi. Non c’era colpa, forse. Solamente il castigo.
Le acque si sono calmate ed in mancanza dei porti sconosciuti, degli empori Fenici  “per acquistare bella mercanzia,/ madrepore e coralli, ebani e ambre,/ voluttuosi aromi d’ogni sorta/ quanti più voluttuosi aromi” d’esperienza ho riempito le bisacce e ripreso il cammino, quale che sia non mi è dato vederlo.  
Mi trovo infine così a licenziare (fra ultime messe a punto e qualche piccolo ripensamento) l’idea originale come l’avevo concepita fin dall’inizio ed a continuare la mia avventura, più lucido e confuso di prima, seguendo (vedi sempre Presentazione di A.B.) Adriano ed il volo di Icaro fino alle estreme conseguenze.
    
*Denominazione in uso dalla metà del sec. XIX per la figura detta in gr. antimetabolé e in lat. commutatis (…). E’ la disposizione “a incrocio”, o speculare (schema A-B-B1-A1), di espressioni che si corrispondono per la struttura grammaticale (<< con destrezza (A) la mano (B), l’occhio (B1) con attenzione (A1)>>, D. Batoli) o per il significato (<< in giusto (A) fece me (B) contra me (B1) giusto (A1)>>, Dante). …
da Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica    Diretto da Gian Luigi Beccaria
Piccola Biblioteca Einaudi
 
 
postato da: Marko766 alle ore 10:29 | link |
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COME LEGGERMI

L'idea di questo blog nasce dall'esigenza di far conoscere questi racconti,  ma anche me stesso e la mia weltanshauung o visone del mondo che dir si voglia, ai lettori italiani e non. Certo sono conscio dei pregi e dei molti difetti che come scrittore mi trascino dietro, inutili (ad un fine letterario) stratificazioni, il cui peso m'impone una lotta che pochi, ne sono convinto, possono per esperienza diretta conoscere e comprendere. Pregi e difetti che tuttavia col passare degli anni diventano più chiari e con i quali acquisisco  giorno dopo giorno, ma sarebbe meglio dire di volta in volta, sempre maggior dimestichezza. Acquisto in lucidità e le mie capacità, per le vie di questa palestra ancora oggi fatta di pagine ed inchiostro (perdonatemi la retorica di maniera), crescono, così com'è automatico che ad un conseguenziale ampliamento degli orizzonti anche le problematiche e l'ambizione (che in me sono direttamente proporzionali) aumentino.

Il motivo di questo blog è la promozione della mia opera, la sua diffusione. Il resto è contorno.

La cosa non v'interessa? Vi invito comunque a dare un'occhiata in giro...

Se avete a  che fare con la scrittura o con l'arte in generale alcune sezioni potrebbero anche interessarvi e magari tornarvi utili. Vorrei che il post titolato NEWS riuscisse come una sorta di punto di riferimento per noi esordienti od aspiranti tali (chi fa parte del club sa di cosa sto parlando) in modo da formare una sorta di microsocietà di mutuo soccorso virtuale e non. Dai semplici e poco impegnativi resoconti: come le classiche  disavventure con i diffusissimi "editori" a pagamento (stampatori li chiamo io, ma ho incontrato anche veri e propri usurai) oppure di chi è risuscito (agganci, niente agganci, che tipo di agganci) ad attraversare questo mondo così eterogeneo fino alla pubblicazione con un editore degno di questo nome. Dai resoconti dunque, alle segnalazioni (premi, conferenze, serate) ai sueggerimenti. E perchè no, all'aiuto reciproco.

Questa la mia proposta... 

Se sei stato del club o non hai ancora desistito, lo sai com'è che funziona, ci si sente un po' come il Comandante Drogo della Fortezza Bastiani, quella del DESERTO DEI TARTARI per intenderci... e si finisce, costretti pur sempre dal deserto, a lasciar perdere o magari a far la fine di Dino Campana (lo so che molti di voi ci metterebbero la firma eh eh eh).

ledesertdestartaresComandante DROGO

 


In attesa di un editore cui consegnare questo trittico chiunque volesse leggere di Ashraf e Silvia, di Dusan e Teresa può contattarmi ad uno dei seguenti indirizzi di posta elettronica:  

sanlucio@tiscali.it

starbrand766@hotmail.it

 

 

postato da: Marko766 alle ore 10:28 | link |
categorie: contatti

PRESENTAZIONE di Alessandro Boni

Presentazione
di Alessandro Boni
 
 
Non è facile leggere i racconti o le poesie di un amico, specialmente se quell’amico lo abbiamo conosciuto grazie alla scrittura. Perché l’obiettività è dote rara quando veramente pulita ed edificante. Figurarsi poi quanto possa complicarsi la faccenda nel momento in cui egli ci chiede di scrivere dei suoi scritti, descrivere le sue descrizioni, come diceva Pasolini. Tanti fili, di tessuti diversi, preziosi ornati e lacci da scarpe, vedo intessersi a formare una trama polimorfica e multicolore, sanguigna e pulsante, magmatica e inquieta, pubblica e privata, nostra e d’altri. Quei fili li abbiamo cercati, tuttavia spesso non trovandoli, insieme, ciascuno a suo modo, con le proprie parole, con le proprie giornate fatte di birra, sambuca, vodka e discorsi sulla letteratura. Ricordo il primo incontro con Marko all’Università: sbattuti su un muretto a fumare una sigaretta dopo due ore di lezione, una parola tira l’altra e “hai da accendere?” qualcun’altra ancora. Persona onesta, ricordo d’aver pensato, sentendolo parlare dei suoi racconti e della sua idea di scrittura: logicamente non onesta nel senso di uno che trova un portafogli per strada e lo riporta al legittimo proprietario, ma in un senso decisamente più profondo. In quegli occhi glaciali e assenti ho capito cosa vuol dire considerare la scrittura come una pratica sacra e sacrilega allo stesso tempo, come una ragione che dà vita alle cose solo distruggendo un po’ chi quella vita ce la mette senza dubbi, reticenze e paure. La scrittura che lo svela, in grado di cambiarlo e tormentarlo, è forse la più grande dimostrazione di coraggio che un uomo possa dare: dire quello che la voce non sa pronunciare equivale sempre a morie un po’.
E questo coraggio emerge dalla volontà ostinata di parlare di se stesso, sebbene per contrasto; raccontando cioè di ragazzi alle prese con i loro problemi, spesso personificazioni di atteggiamenti o tipologie sociali fortemente radicate nella realtà attuale, nella nostra vita; dunque personaggi-simbolo.
Certamente, a questo livello, chiunque scrive non può sottrarsi dal viaggio al centro di se stesso; ma porre coscientemente se stesso al centro del viaggio è il fine che non tutti sanno raggiungere.
 
Questa raccolta, che personalmente ho visto prendere forma tra entusiasmi e brusche marce indietro (come del resto sempre succede), poggia su tre racconti: i primi due, riuniti sotto il titolo Vacuità romana, sono direttamente correlati formando un grande chiasmo concettuale, se non addirittura sociale, e coincidendo per un momento quando compaiono gli stessi personaggi. La stesura del terzo invece, che dà titolo al libricino, risale cronologicamente a qualche anno prima dei due suddetti: oltretutto conserva per me un valore simbolico e affettivo speciale, essendo stata la prima cosa che ho letto di Martinelli, ed essendo ambientato in un sottomondo giovanile che ho personalmente conosciuto e provato nel tempo perduto dell’adolescenza.
Procediamo con ordine, cioè rispettando i tempi e i modi dell’architettura voluta dall’autore: Ashraf è un pertugio aperto sui vizi immaturi dei figli della Roma bene, piccola dimostrazione che la legge non è, ahinoi, uguale per tutti; è la storia di un giovane che insegue le chimere che la sua acerba età senza problemi di alcun tipo gli offre; fino a poco prima della chiusura del racconto la sua vicenda non differisce sostanzialmente da quella di molti altri ragazzi: feste a base di canne e alcol, centri sociali gremiti e la solita ragazza che non corrisponde le attenzioni di chi invece la mette al centro delle sue emozioni. L’autore spia le sue creature, le segue come fosse il regista di se stesso, patisce, freme o gioisce con loro, si immedesima regalandogli un po’ del suo vissuto e ruba loro qualcosa della finzione e della magia che essi evocano. Se Ashraf vive male l’autore lo segue senza pensarci due volte: ciò che sottende la fictio è la volontà di rendere queste storie il meno finte possibile.
Ashraf non è l’alter-ego dell’autore, così come non lo è Dusan; semmai è chi scrive a porsi nel ruolo difficilissimo di alter-ego dei propri personaggi. Sembra quasi che questi protagonisti si sviluppino come rami o pròtesi di atteggiamenti e parti del proprio io che l’autore sopprime nella sua vita reale perché troppo rischiosi; ciò che conta però è saperli tirare fuori quando la letteratura gli offre un’ancora di salvezza dalla realtà che brucia chi sbaglia modo di approcciarvisi; e nella realtà un solo errore può essere fatale.
Mi ha sempre colpito questo tentativo prospettivistico più o meno visibile in filigrana nelle pagine di Vacuità romana: se Ashraf è la Roma bene vista da un figlio benestante, l’occhio di Silvia, studentessa e lavoratrice di umili natali, è quello di chi vede e sente e sa di appartenere ad un altro mondo. Ma lei è consapevole di ciò e accetta la sua vita per quello che è, mentre le sue amiche del pub se ne infischiano. Silvia è, credo, il solo personaggio dell’intera raccolta a conservare, senza sconfessarla mai scendendo a patti con nessuno, la sua morale, la coscienza e la mentalità del suo ceto; preferisce fantasticare e immaginarsi un’altra, un po’ come fa Martinelli quando si rifugia nelle pagine, perché sognare non costa nulla ed oltretutto non espone ad alcun rischio. Nel vagheggiamento di noi stessi diversi le regole, ossia ciò che è bene e ciò che è male, dipendono esclusivamente dai nostri gusti e dalle nostre certezze. E le paure sono bandite. Ma le paure esistono, così come esiste il male, e cercare di tenerle lontane non implica che prima o poi ci raggiungano. Dal mio punto di vista, che appunto è personale, soggettivo e dunque opinabile, la profondità psicologica e il portato di realismo di Silvia non vengono mai raggiunti dal racconto che lo accompagna dando vita alla sezione dedicata agli strati sociali di Roma.
Mi sono chiesto, e lo faccio tuttora, perché Vacuità: forse perché alla fine della vicenda - per i personaggi - e allo stesso modo alla fine della lettura - per noi - nulla cambia? O forse perché dinamiche giovanili come queste sono così frequenti da passare inosservate addirittura quando ci investono, fratturandoci e consumandoci, in prima persona?
 
Ancora qualche parola vorrei spenderla per Maldito duende, e dico qualche parola perché c’è veramente poco da dire. So bene che Marko ne è sempre stato gelosissimo, e ha ragione d’esserlo poiché io considero questo racconto il suo racconto. Parlarne mi sembra, onestamente, sparlare: è una storia fatta di poesia e sudiciume, è la storia di una vita che per essere vita cessa di esserlo. Dunque più che ammettere l’emozione che mi ha trasmesso non posso fare altro che tacere.
 
Da ultimo è doveroso dare una sommaria indicazione della poetica che sottende questo trittico, un impasto di impegno sociale, di denuncia delle ansie e delle gioie di noi giovani e soprattutto di specchio del sentimento di sradicamento, estraneità e solitudine che vediamo stagliarsi di fronte a noi come un muro insormontabile, come una parete liscia che nasconde la luce e il futuro, o che semmai, trasparente, ce li riflette deformati. La stessa deformazione, quel muro, ce la dà degli altri.
Quando poi arriva ad investirci in prima persona rendendoci alieni a noi stessi, lontani da noi stessi, allora urge gridare, darne accusa fino a farci delatori del nostro scandalo bruciante. Eccola quella coscienza separata che, sebbene in tanti modi sappia mascherarsi, sempre ha bisogno di trovare isolamento. E raccontare.   
               
  
postato da: Marko766 alle ore 10:28 | link |
categorie: presentazione di alessandro boni

IMMAGINARIO

Le suggestioni che mi hanno accompagnato durante il periodo in cui un po' per volta ho composto questa raccolta: MUSICALI - LETTERARIE - CINEMATOGRAFICHE
 

 Senderos de traicionheroes
El espiritu du vino

 

 

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foto007foto021foto021foto014Un sogno che non finirà mai

 

 


 

 Influenze lett. sulla raccolta

 

 

postato da: Marko766 alle ore 10:28 | link |
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SCUSE & ACCUSE

BEOGRAD (città bianca) 

A PROPOSITO DI UN'ALTRA TERRA

    Roma 6/01/07 
                                                          
“…Finito il liceo era entrato al conservatorio; l’esame l’aveva superato facilmente.
Dopo un anno gli venne data la possibilità di studiare all’estero: tre mesi al conservatorio di Liceu a Barcellona, poi, un mese in giro per l’Europa; ma quel giro non l’aveva mai fatto.
Dopo circa due mesi di studi, la notizia della morte della nonna.
Tre settimane più tardi l’avevano cacciato per ubriachezza.
A Belgrado non era tornato e forse non ci sarebbe tornato mai. Non avrebbe potuto: ritirato il visto, con un ritardo di almeno un anno dietro di se, sarebbe finito in prigione; da quelle parti usa così.
Guardava il mare Dušan, seduto su di una panchina del Port Vell, una bottiglia di Estrella in mano. Le sorseggiava le stelle anche quella notte; si era appena fatto. ...”
 
“Non poteva più tornare”: in realtà non sono sicuro della correttezza di quest’affermazione e mi scuso per l’eventuale errore.
 
Quando ho cominciato a scrivere Maldito Duende ero appena tornato dalla Serbia post intervento Nato, prima della caduta dell’allora presidente eletto Slobodan Miloševic. Carico di aneddoti e di esperienze non sono riuscito a capire bene quali fossero le regole riguardanti l’ingresso e l’uscita dal paese, in realtà so di non essermene interessato più di tanto preso dalla cultura, ma soprattutto dallo spirito serbo e dal fermento di quei giorni.
Non è mia intenzione difendere od offendere nessuno, ma è molto che sento il bisogno di dire alcune cose.
Mi sono sempre sentito uno straniero a Belgrado, calorosamente accolto come italiano e come figlio di madre serba, ma straniero.
A Roma ed attraverso la televisione, sono stati gli italiani, quelli che di Italiani hanno solo il passaporto, a farmi “sentire a casa”. Così i miei conoscenti, rifiutando di far faticare il loro cervello per immaginare che il Marco “di sempre” raccontasse ora di altre verita’: di persone, di orgoglio e dignità, cose evidentemente troppo lontane da loro anche in momenti di bombardamenti (per fortuna solo mediatico il nostro).
Ho capito dopo che dovrei scusarmi anche con i miei concittadini (ma proprio mi risulta difficile) perchè durante quelle settanta e passa giornate afflitto da mille pensieri indugiavo spesso nell’idea che alzando la testa avrei potuto vedere dei mig serbi sfrecciare nel cielo di Roma. E non me ne voglia la patria che solamente più tardi, ho imparato a concepire ed apprezzare grazie al Foscolo, all’esempio mistico di Giuseppe Mazzini ed a quanti, più avanti, ne hanno difeso la valenza e l’amore, quello che, prima che per quella natia, si risvegliava in me, bruciante d’indignazione, per un’altra “cultura” che non poteva però appartenermi del tutto.
“Belle parole” penserà qualcuno, “è facile così!” un altro. A tutti ricordo che l’intenzione è già metà del percorso.
Tuttavia ci tengo molto a ribadire che io ero qui, appunto, a Roma ed il mio mondo fatto di telegiornali e birre con gli amici pure, nonostante la presenza nella capitale di una allora sensibilissima comunità serba.
E allora voglio ricordare, raccontare, confessare di quelle prime telefonate, di quella distanza incolmabile, di quell’incapacità che non era impotenza, ma qualcosa di molto più brutto perché indolente, indolente, terribilmente indolente… mi sentivo anche circondato dall’indolenza; mi sembrava di nuotarci dentro. Voglio confessarvi dell’imbarazzo, il mio… “cadono le bombe, hanno colpito Novi Sad… što to radite?”.  A Belgrado alcuni parenti passavano la notte sui ponti, anche io conoscevo quei ponti, quante volte li avevo attraversati; in macchina o a piedi, di giorno o di notte… sono quelli i momenti in cui un popolo si unisce e si riconosce. Io non faccio parte di quel popolo, ma in quei giorni ho scoperto di esservi legato inscindibilmente.
 
Molti anni prima di Maldito Duende avevo scritto “Una notte come le altre” di cui tutt’ora difenderei l’anima romantica. Mi ero però lasciato andare alla faciloneria. Colgo l’occasione per chiederne scusa, visto che è da molto oramai che sentivo di farlo. Credo di potermelo permettere visto che ero ancora troppo giovane perché l’incoscienza potesse essere veramente una colpa. Sto parlando della non consapevolezza del voler a tutti i costi indugiare nell’uso di parole di cui non si avverte il significato, di costruire e poi difendere unicamente per amor proprio discorsi superficiali ed approssimati. Parlo della faciloneria (indotta o meno poco importa) mia e dei miei amici, della gente che legge il giornale e che con una laurea nel cassetto si crede colta, ma soprattutto crede di sapere le cose e rifiuta di non capire… assorta dalla bambagia, rilassata dalla bambagia, lassista ed anche un po’ stronza!!!
Non voglio e non intendo schierarmi politicamente (in un senso più ampio di quello inculcatomi dai salotti televisivi) anche perché non ne sono tuttora veramente capace. Voglio solo difendere alcuni fra quei pochi sentimenti e quelle poche emozioni che l’esistere mi ha dato finora facendomi capire che l’identità è sempre degna di nota.
 
                                                                                                                          
 
 
 
 
postato da: Marko766 alle ore 10:28 | link |
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NEWS

Notizie varie sull'andamento della raccolta, il mondo dell'editoria e le sue sinergie...

Chiunque volesse segnalare link utili, avvenimenti od esperienze personali a riguardo può farlo nella presente sezione... tutto quanto altrimenti attinente può essere dirottato nella sezione BOTTA & RISPOSTA od essere cestinato dal sottoscritto.

Grazie per la collaborazione...

E mi raccomado; comportatevi bene!!!

 Che volemo fa?

postato da: Marko766 alle ore 10:28 | link | commenti (3)
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COMMENTI, PAGINE CRITICHE E QUANT'ALTRO

...

postato da: Marko766 alle ore 10:17 | link |
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BOTTA E RISPOSTA

Chiunque volesse commentare è pregato di farlo in questa sezione. Suggerimenti, critiche, offese e complimenti verranno altrimenti cestinati assieme alla netetiquette (almeno fino a quando non scopro il sistema per rendere gli altri post non commentabili). La considero una questione di rispetto, in primis per il taglio che un blogger alle prime armi cerca di dare al suo operato.

Per chi preferisce fornire attraverso i COMMENTI notizie, esperienze e quant'altro possa risultare interessante/utile a chi con la scrittura cerca di emergere o per la scrittura cerca di farlo (come preferite) può lasciare i suoi contributi nella sezione NEWS.

Grazie 

E daje!!!

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P.S. Ho appena scoperto come escludere la possibilità di commentare dagli altri POST:

Grazie ancora

P.P.S. Sono aperte al commento anche le sezioni Poeticherie... e Varie!!!

postato da: Marko766 alle ore 10:17 | link | commenti (7)
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LAVORI IN CORSO

Sezione dedicata ai progetti in cantiere:

 

quello che segue è l'incipit del lungo racconto "Adriano", ora in fase di stesura, ma la strada è anora lunga purtroppo, oggi sotto il titolo per ora provviorio di pétie noir :

pétie noir
 
                                                             
Cut is the branch that might have growne full straight,
And burned is Apollo’s Lawrell bough,
That sometime grew within this learned man:
Faustus is gone, regard his hellish
Whose fiendfull fortune may exhort the wise 
Onely to wonder at unlawfull things,
Whose deepnesse doth intice such forward wits,
To practise more then heavenly power permit.
           
               -Doctor Faustus-
           Christopher Marlowe 
                                                                                                      
Ora precipita! Altrimenti come fanno a far uscire il meglio, il valore di ogni americano. “E’ una sporca faccenda!” ha detto poco fa un “pezzo grosso” del pentagono (l’aereo potrebbe cadere su qualche città).
Abbasso il volume dello stereo.
Voglio sentirla meglio questa cacata anche se il primo piano sulla croce della signorina, “sono vedova” fa a quello seduto accanto a lei, mi fa capire che non ce ne sarebbe bisogno; “mio marito è morto in guerra… era un buon soldato…”  
“Anche io ho fatto il Viet Nam” risponde lui; i capelli radi, ha in viso la preoccupazione di chi però è uomo e se la sa gestire. Lo guardo comprendere il dolore di lei, afferrarle la mano; “non abbia paura, ci sono io”. Ovviamente lei lo abbraccia.
“Ti lasci andare eh! Casta colombella” e sorrido del tono in cui l’ho detto. Io mi piaccio.
Il mio ego è smisurato, come il mio cazzo; il mio ego ed il mio cazzo sono la stessa cosa. E’ anche per questo che a volte l’ho preso nel culo; quando ancora andavo in cerca d’umiltà.
Stanno continuando a salire. Il Boeing non reggerà. I passeggeri lo sanno ormai che c’è qualcosa che non va. Sono perspicaci, sono brave persone. Certo se ne sarebbe accorto anche il sottoscritto che non è un bravo americano se ci fosse stata una depressurizzazione come quella di prima. Eppure, mi fanno capire, sono ben fatti questi fottuti aerei, le linee statunitensi sono sicure…  
“E’ ben costruito questo gigante d’acciaio” dice il comandante al secondo pilota; “ma siamo già ben oltre l’altitudine collaudata”. E’ lui a dirlo! L’uomo che ve lo riporterà a terra… perchè lo sappiamo tutti che lo riporterai giù; sei forte Bruce!
E quel danno agli alettoni posteriori?
Il fondamentalista islamico stavolta non c’entra, ma niente paura! Nessun dito puntato contro la bandiera, nessuna macchia da lavare! Solo un simpatico nero, anziano (sinonimo di valoroso nel sistema morale di questa roba - in realtà il messaggio nascosto, perché proposto come secondario, è obbediente - ) ……… alla torre che non è riuscito a coordinare bene il decollo e qualcosa è successo, ma accusarlo di negligenza è impossibile; stava avendo un attacco di cuore. E per chi avesse dubbi sulla sua radiante innocenza il film comincia proprio così, con il capo supremo che amichevolmente, si capisce subito che ne hanno passate tante questi due ragazzoni (ovviamente il capo è bianco, ma nessuno se la prenderà per questo),  gli dice che la pensione è maturata e gli offre un buon caffè: “E’ la tua ultima notte? Che farai Joe?” E lui: “Sai io e la mia bella ce ne andremo a Key Largo, abbiamo lavorato sodo per goderci la nostra piccola casetta sulla spiaggia” ma su signori sceneggiatori non siate pedanti l’avremmo capito lo stesso che Joe è uno con le palle, un uomo vero, un grande americano (con tanto di arresto cardiaco a fine carriera; grottesco, no? L’accettazione dev’essere totale).
Forse qualcuno deve aver avuto paura che gli spettatori dormissero, gli occhi aperti, troppo profondamente e nel condire il solito minestrone (gli ingredienti sono sempre quelli cambiano solo i dosaggi) deve aver esagerato con la salsa barbecue che tanto quella va bene dappertutto.
Li vedo: platee di alienati che sognano, senza sapere perché, ciò di cui in anni di propaganda televisiva ci hanno inculcato il bisogno.
Credo veramente nella funzione sociale di questi film, aiutano ogni americano medio che lavora tutta la vita a dare un senso all’assurdo. Tanto non è gente che si libererà mai quella!
Ma in Italia perché ci guardiamo certe cose? Che ci frega dell’eroe quotidiano americano?
Non siamo ancora così addormentati forse, ma certamente abbiamo un gran bisogno di esserlo. E’ il vuoto che divora, tradizioni secolari perdute in pochi decenni di benessere. Coraggio, mi dico, ce la faremo; tra i Reality ed i nuovi sceneggiati italiani avremo presto anche noi un grande sogno nostrano. E poi, col calcio spettacolo, la nuova politica ed i salotti radical schich che vanno e vengono, il passo più importante l’abbiamo già fatto, si tratta solo di rifinire.
Chiudo il libro di Macroeconomia. Sono tre giorni che non riesco a studiare. Il babbo potrebbe incazzarsi se non passo il fottuto esame, ma chi se ne frega, stasera c’è il grande rituale. E’ la serata del….
Tutto trema. Una donna si infila la maschera d’ossigeno poi aiuta la bambina; esattamente come nel filmato che proiettavano quando sono andato a Londra. La giovane hostess tranquillizza la solita vecchietta e poi rieccoci nella cabina di pilotaggio. Guardo l’espressione del comandante mentre armeggia con leve, levette e bottoni ristabilizzando il boeing; è talmente stereotipata!
“Ce l’hai fatta” gli dice il coopilota
“Per ora…” risponde lui.
Mi viene la nausea.
Neanche con occhio da sociologo posso reggere più di dieci minuti di queste stronzate.
Spengo la tele; “basta con questa merda! Sono sveglio, sono cosciente” mi dico sfregando il Timo  con le nocche. Mi avvicino allo stereo. E’ giunto il momento di entrare nel vivo.
postato da: Marko766 alle ore 10:16 | link |
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